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Martino Laurenti

  • Dottorato: 22° ciclo
  • Matricola: 315137

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Tesi di dottorato

TERRE DI FRONTIERA

Annessioni e mutamenti di dominazione politica tra Piemonte e Delfinato, XVII secolo

 

Questo progetto di ricerca nasce dal seguente interrogativo: come interviene un elemento squisitamente politico, come la definizione di un confine fra stati, nella costruzione dei rapporti fra centro e periferia nell’Europa moderna? E che cosa succede quando il confine è un elemento instabile? Quali effetti ha questa instabilità su popolazioni e territori soggetti a frequenti mutamenti di dominazione?

 1.      Il contesto

È stato individuato un nesso causale fra le guerre dei secoli XVI-XVIII e la trasformazione degli aggregati compositi tardo medievali in apparati statali accentrati, in un processo lungo e non lineare che va sotto il nome di “formazione dello stato moderno”. Secondo questo fortunato filone storiografico, l’espansione degli stati europei si misurerebbe non solo in termini di conquista e annessione di territori, ma anche come ampliamento delle funzioni delle monarchie. Tale articolazione dei poteri statali interseca la stratificazione sociale pervadendola, e comporta un’espansione delle strutture amministrative e fiscali sui territori controllati dalla monarchia, attraverso una rete estesa e capillare che coinvolge le periferie. La guerra avrebbe pertanto forgiato lo “stato moderno”, formula ambigua che nasconde una varietà di sistemi politici di altrettanto difficile definizione. E tuttavia si impone la relazione tra gli espansionismi e l’emergere di tali sistemi caratterizzati dalla capacità di innescare meccanismi di mobilità sociale, attraverso il coinvolgimento nelle sorti della monarchia di gruppi sociali, ordinamenti, territori[1].

Ora, mi chiedo quale sia la validità di affermazioni simili laddove proprio gli espansionismi fra stati rendevano più instabile la presenza dei centri di potere. Qual è la reale efficacia delle monarchie del XVII secolo dove l’obbedienza al sovrano era dettata da una mobile e fragile linea di confine?

Il confine alpino occidentale tra XVI e XVIII secolo offre un caso utile a questa analisi. Le popolazioni vissute tra Delfinato francese e Ducato sabaudo vivevano nei pressi di un confine che era stato relativamente stabile dal XII fino al XVI secolo. A partire dal Cinquecento, tuttavia, l’area in questione divenne teatro di uno scontro giocato ad un livello decisionale geograficamente e politicamente lontano: il conflitto su scala europea tra Asburgo e Francia per il controllo della penisola italiana. Per la Francia era importante premere contro il piccolo stato sabaudo al fine di controllare la pianura padana e scalzare l’egemonia spagnola sull’Italia. Le valli alpine rappresentavano la naturale porta d’ingresso sulla quale esercitare un controllo strategico.

Dunque il confine alpino occidentale si offre come luogo privilegiato d’indagine: tra gli accordi di Cateau Cambresis (1559) e la pace di Utrecht (1713) fu assai frequente che i figli vivessero sotto un’obbedienza diversa da quella dei padri. Quale fu, dal punto di vista delle popolazioni, l’esito di un simile confronto?

 2.      Lo stato dell’arte sul tema dei confini

Alcuni studi tra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento hanno tentato di proporre classificazioni formali delle tipologie di confine, perdendosi, a mio avviso, in discussioni peregrine sull’effettiva corrispondenza fra terminologia e realtà storica[2]. Questi tentativi classificatori cessarono quando Owen Lattimore decretò perentoriamente che “ogni società crea i propri confini”, spostando quindi l’interesse sull’attività politica di costruzione del confine da parte dei soggetti che lo creavano (fossero essi stati europei, società nomadi della steppa asiatica, o gruppi sociali)[3].

È piuttosto recente la letteratura storiografica sul confine, che generalmente diventa occasione per discutere dei processi di state building e nation building. Nonostante esistano molti punti in comune, si possono individuare due approcci, distinti dalla prospettiva adottata rispetto alla linea del confine. In un primo caso l’occhio cade sui soggetti detentori dell’autorità di tracciare la linea (sovrani, governi, élite locali, istituzioni, perfino ceti intellettuali): questa è la prospettiva che unisce i contributi di un convegno tenutosi a Torino nel 1983 per discutere della “frontiera da stato a nazione”[4]. Il secondo approccio privilegia le periferie, osservate pur sempre con lo sguardo di quei poteri centrali in grado, in ultima analisi, di costruire il confine. Il contributo più originale in questo senso è venuto da P. Sahlins, che ha condotto una ricerca su una valle pirenaica per cogliere le trasformazioni delle monarchie francese e spagnola da stati in nazioni, insistendo sul ruolo attivo delle popolazioni locali i tali processi[5].

Ciò che accomuna i due indirizzi, oltre all’insistenza sul tema stato-nazione, è l’uso di una documentazione prevalentemente amministrativa. In tal modo, anche quando si intende privilegiare la periferia, la ricostruzione storica restituisce una visione parziale del problema, appiattita in ultima analisi su una visione istituzionale del problema.

 3.      Lo scopo

Lo scopo di questa ricerca è di aprire un nuovo capitolo negli studi sul confine, verificando la validità del nesso causale guerra – espansione delle strutture statuali. La prospettiva che intendo adottare privilegia il ruolo delle terre di confine (popolazioni, gruppi sociali, politiche locali) come banco di prova per osservare quei meccanismi politici e sociali studiati, finora, in contesti istituzionali stabili[6]. La comparazione di due formazioni statali (Francia e Ducato sabaudo) assai diverse per dimensioni non solo territoriali, dal punto di vista delle popolazioni che vissero alternativamente entrambe le dominazioni, si rivela a mio avviso uno strumento capace di offrire un contributo utile allo studio delle società europee di antico regime.

 I.                   Teorie e metodo 1.      I presupposti teorici

Prima di presentare la metodologia che ritengo più indicata ad affrontare il problema, è opportuno chiarire brevemente quali siano i presupposti teorici che interverranno nella ricerca. Essi fanno riferimento a tre specialismi. In primo luogo alla letteratura microstorica: questi studi rappresentano un paradigma teorico che ben si addice agli scopi di questo progetto di ricerca. E non solo perché l’attenzione posta sulle popolazioni marginali ha delle affinità metodologiche con gli studi nelle comunità tipici di questa impostazione, ma soprattutto perché il nostro scopo rimanda a una visione dinamica e aperta delle società prese in esame, considerate nella loro natura di configurazioni nelle quali “il mutamento passa attraverso strategie e scelte minute e infinite che operano negli interstizi di sistemi normativi incoerenti”[7].

L’antropologia alpina è il secondo riferimento teorico[8]. Gli antropologi hanno da tempo messo le mani nella casetta degli strumenti dello storico: per gli studi sulle Alpi è stata subito evidente la necessità di ricostruire in senso diacronico le trasformazioni intervenute nelle società in esame, per comprendere quella complessità che l’antropologo, in prospettiva sincronica, studia sul campo. Tuttavia, anche in questo caso il contributo che ci viene da questi lavori non si limita alle affinità metodologiche con il mio progetto, ma si concretizza nei principali risultati di questi studi. L’analisi condotta sulle Alpi ha per esempio mostrato un’elevata mobilità (sociale e geografica) di queste popolazioni, costringendo sia lo storico, sia l’antropologo, ad adottare una prospettiva “esternalista”. Un tale approccio ha da tempo smentito quelle ricostruzioni che descrivono le comunità alpine come “un mondo a parte dalle civiltà, [la cui storia] sta nel non averne, nel restare abbastanza regolarmente ai margini delle grandi correnti incivilitrici”[9].

Per descrivere il terzo specialismo occorrerebbe troppo spazio: esso fa riferimento a studi di diverso tipo (e peraltro distanti nel tempo) che per comodità accorpiamo in virtù di un filo rosso che, a mio avviso, li lega. E cioè l’insistenza sulle relazioni verticali centro-periferie e fra gruppi sociali, sulle pratiche politiche del patronage, sulle dipendenze reciproche fra uomini della corte e provincie attraverso le clientele, le reti di credito, le negoziazioni[10].

L’insieme di questi presupposti teorici, seppur descritti con la brevità giustificata dal contesto in cui scrivo, anticipa le scelte metodologiche di cui dirò tra poco. Considerare le società prese in esame come aggregati compositi e mobili, è quasi una scelta obbligata in un contesto di elevata instabilità degli assetti politici. Ciò comporta un approccio che alterni lo sguardo in profondità (per cogliere quelle dinamiche minute in relazione ad un confine instabile) e la panoramica d’insieme (che restituisce quella dimensione aperta sulla quale intendo porre l’accento).


[1] Cfr. C. Tilly (a cura di), La formazione degli stati nazionali nell’Europa occidentale, Bologna, 1984; W. Beik, Absolutism and Society in Seventeenth-Century France. State Power and Provincial Aristocracy in Languedoc, Cambridge, 1985. [2] Tra gli altri, S. W. Boggs, International Boundaries. Study of boundary functions and problems, New York, 1940.

[3] O. Lattimore, La frontiera: popoli e imperialismi dalla frontiera tra Cina e Russia, Torino, 1970.

[4] C. Ossola, C. Raffestin, M. Ricciardi (a cura di), La frontiera da stato a nazione. Il caso Piemonte, Roma, 1987.[5] P. Sahlins, Boundaries. The making of France and Spain in the Pyrenees, Berkeley, 1991.

[6] Mi sono già confrontato con il problema in occasione della mia Tesi di Laurea, dalla quale ho tratto un articolo pubblicato recentemente. Cfr. M. Laurenti, Terra di Confine. Perosa tra dominazione sabauda e francese nella prima metà del XVII secolo, in “Bollettino Storico-bibliografico Subalpino”, anno CIV, 2006.

[7] G. Levi, A proposito di microstoria, in P. Burke (a cura di), La storiografia contemporanea, Roma-Bari, 1993, cit. p. 126.

[8] Per una sintesi sugli studi di antropologia alpina Cfr. P. P. Viazzo, Comunità alpine. Ambiente, popolazione, struttura sociale nelle Alpi dal XVI secolo ad oggi, S. Michele all’Adige-Roma, 2001.

[9] F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Torino, 1986, cit. p. 18.

[10] Per dare un’indicazione che comprenda l’insieme degli studi ai quali mi riferisco occorrerebbe troppo spazio. Rimando perciò alla bibliografia allegata a conclusione di questo progetto di ricerca. Mi permetto di sottolineare il lavoro di H. G. Rosenberg, Un mondo negoziato. Tre secoli di trasformazioni in una comunità alpina del Queyras, Roma-S. Michele all’Adige, 2000.

Attività di ricerca

Storia politica

Storia religiosa

Storia delle Alpi

Storia della Francia

Ultimo aggiornamento: 11/10/2012 10:16
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